Il testo sulla storia della FUCI è tratto da:

FRANCESCO MALGERI, Cent’anni di vita
in Fuci una ricerca lunga cent’anni, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996

 


Alla fine dell’Ottocento, il mondo universitario cattolico italiano viveva a fatica e con difficoltà la propria esperienza negli atenei italiani. La vita accademica, l’orientamento degli studi, il clima che si respirava nelle aule universitarie appariva dominato da una presenza ed una invadenza di pensiero positivista, con forti connotazioni anticlericali, tali da sconcertare i giovani cattolici che si erano formati ad altre scuole e ad altre culture. I circoli universitari cattolici erano ancora pochi scarsamente collegati fra loro.

Il 26 maggio 1889 era stato fondato a Roma il “circolo di san Sebastiano”, con l’obiettivo di opporsi alle correnti laiche, anticlericali e positivistiche presenti nel mondo della scuola e degli studi universitari e per rivendicare la presenza di un laicato cattolico giovane e attivo in grado di imporsi attraverso l’impegno culturale anche nel campo scientifico, dimostrando così che non esisteva inconciliabilità fra fede e studio. Fra i soci del circolo figura anche Romolo Murri. L’8 dicembre 1894, nel corso di una riunione cui parteciparono una dozzina di studenti dell’università di Roma, venne presa l’iniziativa di dar vita ad un periodico, La Vita Nova. Rivista universitaria di letteratura e studi sociali, con l’obiettivo di costituire un punto di incontro e di raccordo delle iniziative e delle associazioni universitarie cattoliche italiane; il primo numero della rivista uscì il 14 febbraio 1895.

L’iniziativa trovò consenso presso le gerarchie ecclesiastiche e la rivista rappresentò uno strumento importante per realizzare un più stretto rapporto fra gli studenti universitari cattolici delle diverse sedi, tanto che nel numero del 16 maggio venne lanciata l’idea di un congresso universitario cattolico. In quei mesi del 1895 maturano i tempi per la realizzazione di un ampio disegno organizzativo: il 10 aprile era stato costituito il “Comitato promotore di un’associazione italiana fra gli studenti cattolici di università”; il 1° novembre dalle colonne de La Vita Nova Murri invitava “i giovani amici ai quali sta a cuore la salute della società e della patria”, unirsi e lavorare; il 16 novembre 1985 La Vita Nova lanciava il programma e lo statuto della “Federazione cattolica universitaria”, il cui obiettivo era di “ricostruire le scienze e la vita sociale, rifare la città umana, ma dietro le norme della fede ispiratrice e con i vincoli della operosa carità cristiana.”
Tuttavia l’iniziativa promossa da Murri e dai suoi amici era destinata ad incontrare riserve ed ostacoli in seno al movimento cattolico nazionale. Nel giro di qualche mese si verificano significative novità: innanzi tutto l’interesse che emerge in seno all’Opera dei Congressi, la vecchia organizzazione del laicato cattolico intransigente, ad assorbire in seno alle proprie strutture l’associazione degli universitari cattolici. In secondo luogo la totale acquiescenza del gruppo della Vita Nova a questa soluzione. Infine le dimissioni di Murri dalla direzione della rivista (1896), che preludono al passaggio della rivista e della Federazione sotto il controllo dell’Opera dei Congressi. Infatti, il XIV congresso cattolico di Fiesole del 1896 sancì ufficialmente questo passaggio, dando vita alla “Federazione universitaria cattolica italiana” e assumendo La Vita Nova a suo organo di stampa. Alla presidenza della Federazione venne chiamato il barone napoletano Luigi De Matteis, espressione delle correnti più intransigenti del movimento cattolico meridionale, e la sede della Vita Nova venne spostata a Napoli. Dure e pesanti furono le successive posizioni assunte da Romolo Murri rispetto all’operazione che aveva condotto la Federazione sotto la tutela dell’Opera dei Congressi; a suo avviso l’Opera aveva, sin dal 1895, “adocchiato immediatamente la preda”, realizzando il suo obiettivo un anno dopo.
Gli anni che seguirono videro da una parte un notevole sviluppo organizzativo (dai 9 circoli del Congresso di Fiesole, ai 28 del 1899), dall’altra un latente contrasto tra le attese e le aspirazioni di coloro che auspicavano un più incisivo intervento nella realtà culturale, civile, sociale e politica italiana da parte degli universitari cattolici e la linea ufficiale dell’associazione, ribadita nei Congressi dell’Opera, basata su un impegno prevalentemente di carattere religioso, pur non escludendo alcune aperture nel campo culturale e del lavoro.
L’esigenza di un mutamento nella guida della Fuci, anche al fine di ricomporre posizioni così lontane cominciò a manifestarsi all’inizio del nuovo secolo. La presidenza del De Matteis, campione della vecchia tradizione intransigente, appariva in qualche modo estranea alle aspirazioni e allo spirito nuovo che i giovani universitari cattolici volevano introdurre nella loro attività; apparve quindi naturale l’elezione, nel 1901, di un nuovo presidente, Angelo Mauri, esponente di primo piano del movimento cattolico lombardo, attivo nell’impegno amministrativo e politico sin dai primi anni del secolo, tanto che, nel 1906, fu uno dei primi “cattolici deputati” nella storia del parlamento nazionale.

La conclusione dell’Opera dei Congressi, sciolta da Pio IX nel 1904, non segna la fine dei circoli universitari cattolici, la cui esistenza e attività apparvero chiaramente non condizionate dalla sorte dell’organizzazione nazionale del movimento cattolico. Anzi, lo scioglimento dell’Opera consentì ai circoli universitari di riacquistare la propria autonomia, tanto che, sotto la presidenza di Martini, 1905-1907, la Federazione impostò il proprio lavoro sulla base di una chiara autonomia nei confronti dell’organizzazione nazionale del movimento cattolico, sull’elettività delle cariche e sulla esclusione della nomina di un assistente ecclesiastico, ai fini di ribadire la completa autonomia dell’associazione. Quest’ultima era comunque una decisione destinata a rientrare nel giro di un anno: nel 1907 la Fuci decise di avvalersi di un assistente ecclesiastico e la scelta cadde su don Giandomenico Pini, che sin dalla fine dell’Ottocento si era particolarmente impegnato nel movimento della democrazia cristiana e nel campo della organizzazione degli universitari cattolici e che sarebbe rimasto in carica per ben 16 anni, sino al 1923.
Una delle iniziative più importanti prese nel breve periodo della presidenza di Martini, fu la nascita nel gennaio del 1906 della rivista Studium, che veniva a colmare la lacuna lasciata dalla scomparsa di Vita Nova, nel 1904. La nuova rivista era destinata ad avere una lunga e significativa storia e a rappresentare, nell’arco di una vicenda ormai quasi secolare, quelle correnti intellettuali e culturali del movimento cattolico italiano, che, in tempi diversi ma con una sensibilità sempre viva, seppero essere protagoniste e interpreti coerenti del ruolo riservato al cristiano nella società e nella cultura contemporanea del loro tempo. Studium divenne una rivista di cultura religiosa, filosofica e storica, attenta soprattutto ai grandi temi che, in quegli anni che vedono l’emergere del movimento modernista, alimentarono vivacemente il dibattito in seno alla cultura cattolica: in particolare il problema del rapporto tra cristianesimo e cultura moderna, tra fede e scienza, tra cristianesimo e democrazia.
Come emerge anche dalla lettura di Studium, questi anni sono segnati da una forte contrapposizione fra un orientamento favorevole all’esigenza di un rinnovamento della cultura cattolica, e le tradizionali posizioni ispirate all’impegno sociale. Accanto allo sforzo tendente a ricondurre la Federazione in sintonia con gli orientamenti ufficiali del mondo cattolico, non mancarono momenti di contrasto con la Santa Sede. Il momento più difficile si ebbe in occasione del Congresso di Torino del maggio 1911. Influenzati, probabilmente, dal clima delle celebrazioni del cinquantenario dell’unità, i congressisti della Fuci si lasciarono andare ad aperte professioni di patriottismo e di fedeltà all’ordinamento costituzionale e alla tradizione risorgimentale nazionale. La reazione dei giornali e degli ambienti dell’intransigentismo fu violenta, e richiami vennero anche dalla Segreteria di Stato vaticana: non era da escludere il rischio di un provvedimento di scioglimento della Federazione. I dirigenti degli universitari cattolici trovarono, assieme a Toniolo e a don Pini, la strada per superare la crisi e ricomporre i rapporti con la gerarchia ecclesiastica: in una lettera indirizzata al pontefice ribadivano la loro “illimitata devozione alla cattedra di Pietro”.
Prima della grane guerra si assiste ad una fase di relativa stasi nell’attività della Federazione; basti ricordare che dal 1911 al 1914 non si svolsero congressi nazionali, al cui posto si ebbero corsi di esercizi spirituali. Gli anni che precedono la guerra evidenziano anche l’emergere in seno all’associazione di alcune posizioni filo-nazionaliste che si alimentarono alla luce del vivace dibattito tra interventismo e neutralismo. Nonostante i vertici della Federazione apparissero particolarmente fermi nel tentativo di condannare le posizioni più estreme, respingendo al congresso di Bologna del febbraio 1914 le esasperazioni nazionaliste, interpretate come inconciliabili con i principi cristiani, in realtà gran parte dell’associazione apparve contagiata dal sentimenti patriottico che improntò lavori del congresso di Genova del 1915.


I molti problemi sociali del primo dopoguerra e i riflessi che provocarono nella realtà del mondo universitario furono al centro dell’interesse della Fuci, soprattutto per quanto riguardava il reinserimento dei combattenti nella vita civile, l’adeguamento degli studi universitari allo sviluppo della società, la crisi dei valori morali e culturali che investiva il mondo giovanile.
Sul piano più strettamente politico non mancarono, grazie soprattutto a figure significative del popolarismo, quali Francesco Luigi Ferrari e Giuseppe Spataro, rapporti e legami con il partito popolare di Luigi Sturzo. Legami, tuttavia, che vennero fortemente allentati a partire dal 1922, quando in seno all’associazione sembra prevalere un orientamento più prudente e in parte agnostico nei confronti della politica. Nella Fuci non si coglie, in quegli anni cruciali della vita politica nazionale, che videro la crisi dello stato liberale e l’avvento del fascismo, una particolare attenzione nei confronti del delicato processo destinato a segnare l’avvento di un regime totalitario. Non si può non cogliere, in quel momento, nella Fuci e nelle organizzazioni di Azione Cattolica, una debole attenzione per la sterzata che il paese stava vivendo sul piano politico e per il dramma che stava travagliando il partito popolare. Più tardi, un ex presidente della Fuci come Francesco Luigi Ferrari, che aveva pagato con l’esilio la sua coerenza di cattolico democratico e di antifascista, avrebbe aspramente rimproverato i suoi amici fucini per quell’atteggiamento che gli appariva quasi accondiscendente nei confronti di un regime la cui ideologia negava i valori del cristianesimo.
Tuttavia , proprio quella posizione per molti aspetti agnostica, assunta dalla Fuci, consentì all’associazione degli universitari cattolici di continuare a far sentire la sua presenza nella vita universitaria e culturale del paese, assumendo posizioni che non erano certamente in linea con i postulati del fascismo. In altre parole, la Fuci riuscì ad uscire indenne dal clima repressivo che colpì le altre organizzazioni universitarie non fasciste, a essere comunque espressione di indirizzi culturali del tutto estranei ed in alcuni casi antitetici rispetto ai modelli che ispiravano le posizioni e le scelte degli universitari fascisti organizzati nei Guf (Gruppi universitari fascisti).


 

Il 1925 fu un anno di svolta nella storia della Fuci. Fu nel corso di questo anno che si posero le premesse per la più ricca ed intensa stagione vissuta dalla Federazione in un secolo di storia. Nell’estate di quell’anno la vita della Federazione appariva frenata e senza respiro, al punto che l’assistente ecclesiastico del circolo roano, don Giovanni Battista Montini, manifestò l’intenzione di dimettersi, evidenziando una sorta di sfiducia nei confronti della Federazione, soprattutto a causa di atteggiamenti giudicati troppo formalistici, troppo legati a questioni organizzativi e poco sensibili alle ragioni culturali e religiose che dovevano animare la vita dell’associazione.
Del Congresso di Bologna, 5-9 settembre 1925, fu protagonista Igino Righetti, il quale presentò un ordine del giorno che richiamava la “necessità che l’azione culturale dei circoli, diretta ad approfondire lo studio e la conoscenza della dottrina cristiana, si svolga nell’atmosfera di una profonda vita spirituale, con ritmo sempre più intenso, con un costante e continuo controllo dell’insegnamento universitario, in intima relazione con i problemi della moderna cultura.” La mozione di Righetti venne approvata dall’Assemblea, ma, probabilmente, non avrebbe provocato sostanziali mutamenti nell’indirizzo della Federazione se il presidente Pietro Lizier e l’assistente ecclesiastico monsignor Luigi Piastrelli, non fossero scivolati in una sorta di buccia di banana, aderendo alla proposta del prefetto di Bologna di mettere il congresso sotto l’alto patronato del re d’Italia. Non solo, ma il numero di Studium pubblicato in vista del congresso recava, una di fronte all’altra, le immagini del pontefice e del sovrano.
La reazione di Pio XI fu assai dura, rifiutando l’udienza ai dirigenti della Fuci, già fissata per l’11 settembre. Seguirono le dimissioni del presidente e dell’assistete ecclesiastico. Toccò proprio a Montini, che lavorava in Segreteria di stato, ricercare una soluzione a questa crisi: contrariamente al passato, la nomina del presidente venne compiuta dallo stesso pontefice, che nominò Righetti nuovo presidente e Montini assistente ecclesiastico.
Nasceva la Fuci di Montini e Righetti: cominciava il momento più ricco e significativo della storia della Federazione. Nello stesso anno i nuovi statuti dell’Azione Cattolica rendevano più stretti i legami tra la Fuci, la Giunta centrale dell’Azione Cattolica e l’autorità ecclesiastica. Nel 1928 la nascita di Azione Fucina forniva alla Federazione un organo quindicinale più vivace rispetto a Studium. Azione Fucina dedicò particolare attenzione al dibattito filosofico, letterario, artistico ed in genere ai temi culturali, oltre, naturalmente alle questioni religiose, agli aspetti organizzativi dell’associazione e agli avvenimenti di quegli anni, tra i quali la firma dei Patti Lateranensi, che suscitarono un vivace dibattito in seno alla Fuci.
Nessuna organizzazione dell’Azione Cattolica visse la Conciliazione con tanti dubbi e perplessità come la Fuci. Sull’organo della Federazione, nonostante il rilievo che venne dato all’avvenimento, non si colgono mai quegli entusiasmi e trionfalismi, che contagiarono gran parte della stampa cattolica. Ci si compiace per la conclusione dello storico dissidio e del mutato atteggiamento dello Stato italiano ni confronti della Santa Sede, per la fine dell’anticlericalismo, per il riconoscimento della alta funzione spirituale della Chiesa. Ma questi giudizi positivi sono accompagnati, come ha sottolineato Nicola Antonetti, “dal dubbio dell’appiattimento della vita religiosa e culturale e dal timore di una cooptazione del movimento universitario in formule di vita anticristiane”. In altre parole, “si paventavano tutte le conseguenze di una politica di compromissione”.
Timore diffuso in seno alla Fuci all’indomani della Conciliazione era di non avere “più nulla da fare”, perché non c’era “più nulla da combattere”: Montini e Righetti tentarono di ricompattare le fila dell’associazione, in buona parte disorientata e soprattutto in difficoltà nell’individuare nuove strade da percorrere, in un momento storico che sembrava preludere ad un nuovo clima, più accogliente e disponibile nei confronti della Chiesa e della religione in Italia. Si assiste in particolare a un ripiegamento su un lavoro di tipo culturale e di preparazione professionale, cercando di evitare qualsiasi contaminazione con il fascismo. A leggere Azione Fucina di quegli anni si coglie quasi un’attenzione particolare ad evitare atteggiamenti compiacenti nei confronti del regime. L’attenzione è riservata prevalentemente ad un lavoro di formazione e di riflessione su argomenti filosofici, artistici, letterari, storici, religiosi, compiendo anche un significativo sforzo sul piano dell’approfondimento teologico. Questa linea sembra essere un’indiretta risposta all’invadenza di un regime che si era assunta la funzione di educare i giovani sulla base di valori estranei al pensiero cristiano. Gli articoli di Montini, Righetti, Alessandrini, Gonella si muovevano all’interno di una cultura e di un ambiente impermeabile alla propaganda di regime.
Era quindi inevitabile che, soprattutto sul piano delle attività universitarie, non mancassero momenti critici nei rapporti con gli universitari fascisti, che divennero scontro frontale nel 1931. Non va dimenticato che nel quadro dello scontro tra Azione Cattolica e fascismo, nel maggio del 1931, la Fuci fu tra le associazioni più colpite dalla dura repressione del regime. La sede della Federazione, in piazza Sant’Agostino a Roma, venne sequestrata e sigillata. Azione Fucina fu costretta a sospendere le pubblicazioni. I successivi accordi fra Santa Sede e regime fascista, del 3 settembre 1931, limitarono notevolmente il campo d’azione della Fuci, riducendola ad associazione diocesana sotto il controllo dei vescovi.
Questo ripiegamento, anche se non impedì agli universitari cattolici di svolgere regolarmente convegni di zona, Settimane di studio e congressi nazionali, consentì una meditazione ed un aggiornamento culturale soprattutto alla luce del pensiero cattolico europeo in campo filosofico ed ecclesiologo. Grazie soprattutto alla guida di mons. Montini, di padre Bevilacqua e di monsignor Guano l’attenzione venne indirizzata principalmente sul personalismo, con la lettura di Maritain, Karl Adam, Clérissac, Sertillanges e Congar.
La contemporanea uscita di Montini e Righetti dalla guida della Fuci, rispettivamente nel 1933 e nel 1934, rischiava di lasciare un vuoto profondo nella vita della Federazione e soprattutto di interrompere tutto il lavoro compiuto negli anni precedenti. Se questo rischio venne scongiurato lo si deve principalmente alla nomina di don Franco Costa alla carica di vice assistente ecclesiastico. Don Costa assunse in seno alla Federazione un ruolo di grande rilievo, non solo per la sua intensa attività, ma soprattutto perché venne ad assumere il ruolo di “garante di una identità” della Fuci, quella identità maturata a cavallo degli anni Venti e Trenta, alla scuola di Montini e Righetti: si deve soprattutto a don Costa se la Fuci per tutto l’arco degli anni Trenta, non interruppe una linea di continuità con il suo più recente passato.
Nei primi anni di guerra fu chiamato a gestire la Federazione Aldo Moro, presidente del circolo di Bari, che indicò un cammino di riflessione e di preghiera di fronte alla tragedia che il paese stava vivendo. Senza rifiutare il “senso della patria” ma respingendo gli odi e le esasperazioni nazionaliste, la Fuci si mantenne su una linea di equilibrio nella quale si coglie soprattutto l’esigenza sia di un rapporto intenso con i fucini al fronte, per offrire ad essi ancoraggi sicuri, sia di un ripensamento generale di una realtà che andava riletta alla luce del dramma della guerra.
Gli eventi del 1943-45 non potevano non sconvolgere anche la vita organizzativa della Fuci: a partire dal giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma e la conseguente interruzione dei rapporti tra il Centro e il Nord del paese, i dirigenti delle regioni settentrionali diedero vita ad un “Centro per l’Alta Italia” guidato da don Costa e da Lorenzo Vivaldo. Siamo nei mesi duri della Resistenza e della lotta di liberazione del paese, alla quale anche gran parte dei fucini parteciparono, alla luce e nello spirito delle indicazioni che lo stesso don Costa offriva attraverso le sue circolari semiclandstine. I suoi inviti erano soprattutto alla coerenza e alla preghiera; quanto al futuro, è ben presente in don Costa l’esigenza di una profonda revisione e di un progetto di rinnovamento radicale in grado di rispondere alle attese e alle speranze degli uomini.


 

Nel quadro della ripresa della vita politica democratica del secondo dopoguerra, e del nuovo e significativo ruolo che svolsero i cattolici, non può non sottolinearsi la presenza in seno alla Democrazia Cristiana di molti giovani quadri che avevano avuto la loro formazione e avevano svolto ruoli di responsabilità in seno alla Fuci nel corso degli anni precedenti. Basti fare i nomi, fra tutti, di Aldo Moro e Giulio Andreotti.
Questa presenza ebbe un particolare rilievo soprattutto in seno all’Assemblea Costituente, ove i parlamentari provenienti dalla Fuci erano ben trentacinque, la gran parte dei quali anche con una solida formazione giuridica, che consentì loro di svolgere un ruolo di grande rilievo nella formulazione della carta costituzionale repubblicana. Basti ricordare i nomi, tra gli altri, di Ambrosiani, Gonella, La Pira, Leone, Moro, Mortati, Taviani, Vanoni. Senza trascurare il fatto che uomini come Lazzati e Dossetti avevano una particolare consuetudine e amicizia con i giovani ex-fucini.
Nel primo decennio del secondo dopoguerra la Fuci si collocò su quel solco della tradizione fucina nel quale la vocazione intellettuale si coniugava con l’interesse per la politica, mantenendo comunque l’associazione sul terreno dell’impegno nelle università e nella cultura. In seno alle università si deve anche alla Fuci, assieme agli altri gruppi studenteschi riemersi dopo il fascismo, la nascita degli organismi rappresentativi che trovarono nell’Unuri un coordinamento nazionale.
Ma negli anni del secondo dopoguerra la Fuci dovette misurarsi anche con la realtà organizzativa del laicato cattolico, difendendo la sua sfera di autonomia di fronte a quelle correnti di Azione Cattolica che soprattutto dal 1948 in poi, con la nascita dei comitati civici, si muovevano sulla linea della mobilitazione politica ed elettorale. Questa mobilitazione e lo spirito di crociata che spesso la caratterizzava non rientrava nella prospettiva della Federazione, attenta al dato politico e ai problemi della società civile, ma nel rispetto della sua funzione di movimento intellettuale al servizio dell’apostolato dei laici. In altre parole, la Fuci dovette difenderela sua autonomia di fronte al centralismo dell’Azione Cattolica. La Fuci sembra porsi l’obiettivo di animare cristianamente la democrazia, partendo dall’università, senza crociate, ma sulla base di una proposta culturale e religiosa in grado di costruire le fondamenta cristiane della nuova società democratica.
Soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, emerge in particolare il bisogno di misurarsi con i problemi dell’uomo moderno e di superare la frattura fra vita quotidiana, cultura e spiritualità. Per l’influenza di don Costa, don Guano e don Zama, venne ripresa quella linea di “primato dello spirituale”, che doveva ricondurre la Federazione sulle sue originarie posizioni, e che ritroveremo poi alla base della “scelta religiosa” postconciliare.

Sul piano della presenza in seno all’università, la Fuci aveva sempre privilegiato il lavoro all’interno degli organismi rappresentativi, attraverso l’”intesa universitaria”, che coordinava le forze cattoliche nell’università (oltre alla Fuci, la Giac, le congregazioni mariane e i gruppi giovanili d.c.). Quando, tra il 1967 e il 1968, questo tipo di rappresentanza viene messo in crisi, gli universitari cattolici conobbero una fase di smarrimento: la radicale trasformazione di veccie e consolidate strutture che sembrano crollare sotto l’urto dei miti della contestazione globale e del rifiuto di valori tradizionali, non poteva non provocare in seno alla Fuci una sorta di crisi di identità che incise sul suo tessuto associativo.
L’esigenza di ridefinire la propria identità venne, tuttavia, affrontata soprattutto alla luce del messaggio conciliare e nella prospettiva della scelta religiosa, che matura in quegli anni. Non a caso furono due uomini di estrazione fucina, quali monsignor Costa e Vittorio Bachelet, a guidare l’associazionismo cattolico su questa nuova strada.
Gli anni Ottanta rappresentano, nella storia della Fuci, una fase segnata dall’esigenza di ritrovare una propria identità alla luce di una realtà nuova e diversa sul piano politico-sociale, nel quadro di una nuova condizione giovanile e di un processo di modernizzazione che incideva profondamente sul costume e sugli antichi e tradizionali valori. Questo impegno avviene attraverso il ritorno nell’università e il radicamento nelle chiese locali, valorizzando l’impegno culturale come strumento di intervento nella realtà sociale. Su questa base la Fuci impostò il confronto con Comunione e Liberazione, riaffermando il significato e il valore della propria presenza nella realtà della vita universitaria italiana.
Ma gli anni Ottanta evidenziano anche un altro non trascurabile impegno vissuto dalla Federazione, soprattutto nei confronti della realtà politica e istituzionale del paese. Siamo negli anni che vedono, con la tragica conclusione del progetto politico di Aldo Moro, l’emergere della crisi del partito dei cattolici che stava definitivamente perdendo la sua antica vocazione solidaristica e interclassista, per assumere la fisionomia di partito apparato. Di fronte alla nuova realtà si sviluppa, in seno all’associazione, l’esigenza di una profonda revisione degli assetti istituzionali del paese al fine di recuperare e ricomporre il rapporto tra società civile e potere politico. Questo problema trovò momenti di confronto e di analisi in molti dei congressi svoltisi negli anni Ottanta, sino al Congresso di Bari del 1989, nel corso dei quali maturò l’indicazione di una riforma istituzionale ed elettorale ispirata al bipolarismo e all’esigenza di una più stretta correlazione fra società, partiti e istituzioni, realizzabile solo attraverso lo strumento referendario.
Infine i congressi degli anni Novanta e i primi congressi del nuovo secolo non mancarono di interrogarsi su temi di viva attualità: l’autonomia dell’università, la questione europea, la crisi del comunismo ed il superamento dei blocchi, la questione nazionale in Italia e il dibattito su regionalismo e federalismo, la globalizzazione, a testimonianza dell’attenzione che gli universitari cattolici hanno sempre dedicato ai processi storici e ai grandi mutamenti che segnano le vicende nazionali e internazionali.

FUCI ma cos'è!?

66° Congresso Nazionale Pavia-Vigevano

Seguici su Twitter

Seguici su YouTube

 

L'APP ufficiale della FUCI