#VieninFUCIperchè...Ti cambia la vita!

A cura di Mariarosaria Petti, già Vicepresidente Nazionale femminile per il biennio 2009 - 2011.

Ci penso almeno una volta al giorno. Mentre bevo il primo caffè oppure in attesa dell’autobus, mescolando un risotto o allacciandomi le scarpe. Ci ho pensato anche durante l’estrazione di un molare del giudizio e infilando l’abito bianco della prima prova.
Penso alla Fuci, s’intende.
Scrivo a te, caro studente universitario, che non sai se aggiungere una tessera in più nel tuo portafogli. A te, desidero raccontare un pezzo significativo della mia vita e vorrei farlo con le parole di ieri e con quelle di oggi.

Il 15 maggio 2011 salutavo la Federazione, terminando il mandato di vicepresidente nazionale. Condivido con te, che sei alle prese con i primi incontri in gruppo, qualche passaggio di quella lettera:

«La gratitudine che sento è talmente grande che non riuscirei a spiegarla sufficientemente a parole. Provo allora a fare quello che ho fatto per diverso tempo in Presidenza: un bilancio consuntivo di questa esperienza, mettendo su un foglio Excel un pezzo di vita.
Nella colonna degli svantaggi devo annoverare di aver confuso ancora di più le carte della mia vita. Un periodo nel quale ho mescolato le inquietudini della mia età e del mio studio con il pensiero e la preghiera. In effetti non ne conosco più i confini, e sempre mi sono ripetuta l’esortazione di Bianchi che dice: “Voi dovete imparare a trovare del tempo nella giornata per pensare, perché è più importante, alla vostra età, pensare che pregare. Chi infatti pensa ed è credente, dalla fede è indotto a pregare; chi non pensa, in verità non saprà mai pregare in modo autentico, tutt’al più potrà ripassare le sue sensazioni interiori o fare del pettegolezzo spirituale”. Pensare e pregare, ma soprattutto vivere a pieno la vita, gustando ogni minuto e non sprecando neanche un secondo. Torno a casa, infatti, con la consapevolezza di cosa significhi “differenza cristiana”, per me ha voluto dire desiderare, costruire e maturare dentro di me uno spazio di ardore, di entusiasmo, di tenacia. Uno spazio illuminato da una fede che ha benedetto – ha detto bene (come direbbe don Armando Matteo) della mia vita, che ha dato forma a quella passione che avevo dentro e che ha motivato il mio agire. Quel desiderio di bruciare il mondo che mi ha aiutato a portare a termine i lavori più faticosi, che mi ha spinto a proseguire sui sentieri più insidiosi, che ha dato coraggio ai miei passi più incerti.

È così che la Fuci mi ha insegnato a vivere un tempo e abitare uno spazio: il tempo della giovinezza e lo spazio dell’Università e della Chiesa.
In questi due anni ho ascoltato tante conferenze, dibattiti e tavole rotonde sui giovani, anche in questi giorni abbiamo tanto discusso sulla nostra condizione giovanile. Ci hanno definito una generazione “senza”, senza fretta di crescere, senza prospettive, senza speranze, senza spazi dove la nostra presenza sia significativa e decisiva.

Giovani appiattiti sul presente, fragili nelle relazioni, iperindividualisti. Ogni volta che ho ascoltato queste parole, ho sentito quanto non fosse esaustivo questo quadro cupo. Ho sempre avuto la certezza di conoscere altri giovani. Ho sempre sentito il privilegio di conoscere giovani attenti, dediti e appassionati.
Giovani che non vogliono essere giovani in eterno, giovani che sanno porsi in ascolto umile dei saggi, giovani che sanno pensare.  I giovani della Fuci.
La Fuci mi ha insegnato a vivere questa giovinezza, intesa come un tempo di transizione verso l’età adulta, come un tempo inquieto, di discernimento faticoso intorno a interrogativi pressanti sulla propria vita. Un tempo vissuto nello spazio dell’Università e della Chiesa. Un’Università dispersiva, erogatrice di servizi, crediti e nozioni quella che avevo sempre vissuto; un’Università che apre gli orizzonti della mente e forma integralmente la persona quella che ho imparato ad amare e sognare in Fuci.
E quando penso a questa Università, penso anche ad una Chiesa capace di accompagnare e valorizzare il carisma di giovani che fanno dello studio la propria vocazione di vita.
E se esistono, questi giovani, è perché esiste la Fuci, che sa scommettere, che sa rischiare, che sa investire. In 115 anni (ad oggi 122) ha saputo salvaguardare la grande promessa di far crescere i giovani mettendo nelle loro piccole mani grandi responsabilità, facendo della prova e del sacrificio motivo per fiorire».

Con il cuore colmo di questa convinzione sento di dire oggi che:
C’è bisogno di più Fuci nelle nostre Università: di una palestra che alleni la libertà del pensiero, l’audacia delle riflessioni, lo spessore delle proposte.
C’è bisogno di più Fuci nella nostra Chiesa, di una casa accogliente per tutti, che superi gli ostacoli della superficie e vada al cuore delle domande dell’uomo.
C’è bisogno di più Fuci nel nostro Paese stanco, di un catalizzatore di forze fresche, competenti e illuminate.

La Fuci chiama e lo fa con una compagnia di Santi che ti guidano per mano: ho assaporato la fatica di tirare la carretta con Bachelet; mi sono interrogata sul senso della Fuci di oggi con le parole di ieri di Montini; ho assimilato l’intensità di Moro dai suoi discorsi da giovane presidente della Federazione; ho sofferto, da meridionale, per il sacrificio della vita di tanti martiri, come Livatino, ad esempio. Ho provato stupore per la freschezza della santità di Pier Giorgio Frassati.
Una compagnia di santi perché di maestri. I santi hanno fatto della loro vita l’esempio su cui noi possiamo tessere oggi la nostra storia, parlandoci dal loro passato con un’attualità formidabile. I maestri li incontriamo nelle pieghe della nostra quotidianità, ci accompagnano con la loro presenza discreta ma decisiva. La Fuci regala ai nostri cammini figure preziose di maestri: si tratta di chi si spende per noi perché crede in noi; di chi lavora silenziosamente per allenare i nostri talenti più pigri; di chi, infine, vede in noi molto più di quello che noi stessi crediamo di essere e poter dare. Parlando di maestri e della loro vicinanza agli assistenti, voglio condividere con voi uno testo di Giovanni Battista Montini del 1927 che scriveva così agli assistenti della Fuci: “I giovani li vedo in questa ripresa d’anno accademico, entrare in Università. Sono pieni di curiosità, di desideri, di aspirazioni. Non vedete la loro anima? Guardatela dopo la scelta della facoltà, guardatela al primo ingresso nell’Ateneo; guardatela nel timido affacciarsi alle soglie del Circolo! Non sembrano tanti aspetti spirituali che invocano la parola, la vicinanza d’un maestro, d’una guida, d’un Assistente? Ma perché siamo timidi? Perché continuiamo a dire che troppa coltura ci vuole per assicurare universitari quando vi sono in essi bisogni che solo la ricchezza di cuore può soddisfare? Anche qui: chi ama, riesce. […] Chi ama riesce. Riesce a capire i giovani. Riesce a dominarli. Riesce a servirli. Riesce a trascinarli, a istruirli, a santificarli.
Sono soli, l’Assistente vince la tristezza del loro isolamento. Sono orgogliosi. Ma chi loro vuol bene piega la rigidezza del loro temperamento. Sono poveri. Ma chi vede in essi Nostro Signore scopre il filone della carità soccorritrice: almeno con loro soffre, con loro lotta, con loro condivide la nobiltà di patire mentre lo spirito cerca la verità. Sono ingrati e ostinati. Ma a pensarci bene, quanto più questi amici fanno bene a noi, che noi a loro!”

Non solo persone importanti per rendere stupendo il percorso in Federazione, ma anche la serietà e la forma che la Fuci chiede di rispettare sono elementi che custodirò gelosamente. Come scrive Withman: “Quello che abbiamo amato, altri ameranno, e noi gli insegneremo come”. È proprio questo il segreto della Fuci: accogliere timidamente il senso e la portata di questa esperienza; farla propria, amandola e onorandola; lasciarla in consegna ad altri perché non perdano l’occasione di conoscere il tesoro prezioso che essa rappresenta, migliorandolo e accrescendolo. La Fuci sa rinnovarsi e ricambiare, mantenendo fede all’ispirazione originaria.
Altro elemento che ho imparato e di cui mi sono vantata con orgoglio è il ruolo delle donne nella Fuci: non solo un dato obbligatorio di compresenza di cariche, ma una collaborazione ideale e fattiva, un incontro di sensibilità diverse che attenuano ed esaltano reciprocamente i carismi maschili e femminili. E con una punta di presunzione vi dico che le donne della Fuci sono donne speciali: determinate, serene, umili, lavoratrici, divertenti, belle, spontanee.
Oltre al valore che da sempre la Fuci ha dato alle donne, voglio dirvi che la partecipazione e la democrazia vera l’ho sperimentata qui, in seno ai lavori faticosi dell’Assemblea Federale, durante i lavori del Consiglio Centrale e nell’attività con la Commissione Università.
Le parole di oggi sono quelle di una donna di 30 anni, che dall’esperienza della Fuci quotidianamente attinge. Per lo stile: amando le domande più che le risposte. Per il metodo: scegliendo la fatica della ricerca e mai l’appiattimento della riflessione.

A te, giovane che non sa se iscriversi alla Fuci, consiglio di farlo. A me, ha cambiato la vita.

 

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