Uomini rivoluzionari in una Chiesa dei Poveri

A cinquant’anni dalla sua morte, come non ricordare oggi, un uomo di Chiesa che per la Chiesa ha fatto molto, ma che proprio con essa non aveva nulla da condividere, se non la tonaca.

Don Lorenzo Milani ha vissuto una vita ai margini di un mondo cattolico, che non riconosceva il suo lavoro, che pensava che stesse perdendo tempo in quella Barbiana che lui tanto amò e dove spese parte della sua vita a contatto con i ragazzi per insegnare loro l’educazione basilare e la cultura letteraria. L’obiettivo era quello di aiutare anche i più poveri, i più sfortunati, gli “ultimi” del Vangelo a costruirsi una cultura più solida, andando al passo del più lento, di quello con più difficoltà, cercando di costruire così una scuola dell’inclusione.

Don Milani era convinto che la scolarizzazione fosse l’unico modo per evitare quei continui soprusi che le classi più povere ricevevano dai Dottori, da chi aveva un titolo e che molto facilmente li ingannava.

La Chiesa Cattolica certamente non è stata molto comprensiva con questa figura che scoprì la fede in età adulta leggendo un messale per curiosità e interesse personale.

Barbiana sembrava inizialmente una punizione, ma è stato proprio lì che Don Lorenzo creò la sua scuola, in due piccole aule della canonica, un luogo che accoglieva tutti per 365 giorni l’anno e che aveva come regola che chi fosse più avanti aiutava l’alunno più indietro.

Di lui molto si sparlò, tanto da muovergli contro delle accuse molto pesanti, come quelle di pedofilia.

La visita di Papa Francesco alla tomba di Don Lorenzo Milani dopo 50 anni dalla sua morte e, con questa, a quella di Don Primo Mazzolari, non è casuale. Entrambe le figure hanno dedicato la loro vita ai poveri e a una Chiesa composta da essi.

Il Cardinal Bassetti ha detto riferendosi a don Mazzolari: “I poveri non gli hanno mai fatto paura perché li conosceva, non secondo le categorie sociologiche, ma attraverso il mistero di Dio, che li ha chiamati beati, riservando loro il suo Regno; perciò Mazzolari ha lasciato che fossero loro a parlare, a manifestarsi, perché nessuno potesse avere una scusa per non impegnarsi. Diceva: ‘il cristiano non dovrebbe contarli i poveri, ma abbracciarli’”.

Il Papa, invece, parlando di don Lorenzo ha affermato: “La sua inquietudine non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata”.

La nostra società si trova a vivere ancora problemi molto simili a quelle del prete di Barbiana; le classi sociali più povere sono cambiate, ma la difficoltà all’accoglienza c’è ancora, gli emarginati ci sono ancora. È importante evitare tutto ciò, tendendo all’accoglienza e alla comprensione di quelli che sono i vissuti personali, dobbiamo predisporci all’inclusione nell’ottica di quell’amore cristiano che, molto spesso, facciamo difficoltà a mettere in pratica.

La Chiesa, quindi, grazie alle parole e ai gesti di Papa Francesco, chiede scusa riabilitando l’immagine di questi due sacerdoti, che per i diritti degli ultimi hanno sempre combattuto scontrandosi più volte con la società del loro tempo, caratterizzata in parte anche dal fascismo.

La scelta di far visita alle tombe dei due preti in forma riservata e non ufficiale di Papa Francesco segue la linea sobria che don Lorenzo e don Primo avevano tracciato.

Come Universitari Cattolici, sentiamo il bisogno di riavvicinarci a figure come quelle di don Lorenzo Milani, che ha permesso alla scuola di fare notevoli passi avanti con la sua testimonianza di vita e con i suoi scritti (Lettera a una professoressa è stato uno dei libri ispiratori del movimento sessantottino) e che ci ha ricordato cosa significhi essere cristiani anche negli ambienti che noi studenti viviamo tutti i giorni.

A cura della Presidenza Nazionale

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