Teresio Olivelli, un fucino Beato

 Non sono mai sole le anime generose

A cura della Presidenza Nazionale FUCI

Domani, 3 febbraio 2018, sarà proclamato Beato Teresio Olivelli. Un giovane che fu studente universitario, fucino, cattolico militante nella Resistenza al fascismo.

La sua breve vita, durata appena 29 anni e terminata in un campo di concentramento, è un autentico esempio di come la santità non sia una faccenda di secoli e secoli fa, ma una realtà possibile per chi  prende sul serio il Vangelo nella propria vita e si mette alla sequela di Cristo, come Teresio.

Leggendo tra le pagine della vita di questo ragazzo, sorprende come sia stato un giovane sì speciale ma, allo stesso tempo, carico come tutti di speranze, timori, in un periodo storico particolarmente difficile e pieno  di tensioni. Le sue gioie e le sue preoccupazioni di giovane studente universitario, sono del tutto simili a quelle di un universitario dei nostri giorni. Nelle riflessioni che seguono, infatti, vogliamo raccontare, in particolar modo, il suo rapporto con lo studio e con gli anni dell’Università e come già in questi vi sia quella radice di vita beata che lo ha portato a essere ufficialmente considerato come martire.

Teresio Olivelli nasce nel 1916 a Bellagio e si trasferisce con la famiglia a Mortara dove frequenta il Ginnasio, per ottenere poi la maturità classica al Liceo Cairoli di Vigevano. Decide di iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pavia, come alunno del collegio Ghislieri. Nel frattempo ha frequentato l’Azione Cattolica, dove ha potuto esprimere tutto il suo entusiasmo di giovane cattolico militante e impegnato, come dimostra tra l’altro la sua attività nell’Opera Nazionale Balilla, Guf e Associazione Nazionale Alpini.

Prima di essere ammesso al Ghislieri, Teresio è costretto a frequentare l’università da pendolare, dovendo percorrere ogni giorno circa quaranta chilometri da e per Mortara. Come raccontano Renzo Agasso e Domenico Agasso ne Il difensore dei deboli. La straordinaria storia d’amore del Venerabile Teresio Olivelli (San Paolo Edizioni, 2016), «quei giorni sospesi provocano in Teresio, nel settembre del ‘34 una breve ma intensa crisi, che così descriverà in una lettera allo zio: “Questo brusco contatto con le dure realtà della vita, il cambiamento di ambiente col necessario primitivo isolamento, la lontananza da te, non ancora temperata completamente dagli affetti familiari, la delusione accarezzata forse in parte da illusioni giovanili, subentrata brutalmente, mi balenarono un cupo desolante pessimismo dal quale mi divincolò il lume della fede. E mi elevò a una più alta comprensione di questo fenomeno misterioso e sublime, tragedia ed epopea, che è la vita. Militia est vita hominis super terram! La vita è prova, combattimento, milizia dei forti. Non un letto di rose, non una corsa ai piaceri ma dovere. In questo periodo di orientazione spirituale, che è la giovinezza, si passa rapidamente da un estremo all’altro: a quest’età facile è l’entusiasmo, facile il rilassamento, facile lo sconforto. Una sensibilità morbosa ci pervade in tutto e per tutto: un pensiero, fatto più di intuizioni oscure, indefinite, che di ragionamenti: romanticismo. Questo generalmente è lo stato d’animo di chi, giovane, considera la vacuità, la vanità del mondo; l’ostilità irriducibile degli eventi. Manca l’equilibrio, frutto dell’esperienza; manca la calma superiore, riflessiva, che domini il sentimento istintivo”. Ma dal turbamento e dalla sofferenza interiore, tipiche forse anche dell’età tra adolescenza e giovinezza, Teresio riemerge vincitore. Lo spiega nella stessa lettera, quasi un programma per la vita futura: “Volontà gagliarda, fiducia in sé, costruzione della propria personalità, severo senso della vita come conquista”».

Nella vita universitaria si inserisce anche l’attività di Teresio nel circolo Fuci pavese S. Severino Boezio. È una storia dagli impulsi contrastanti quella di Teresio con la Fuci: è attratto dalla vivacità culturale del circolo e dalla vita federativa, ma non condivide la scelta della Fuci di Montini e Righetti di concentrare le proprie attività sulla dimensione intellettuale della vita universitaria e di dare particolarmente peso all’approfondimento spirituale e teologico. Si tratta della cosiddetta “scelta religiosa” della Fuci di quegli anni, che si oppone a una scelta di politica attiva allineata al fascismo, combattuto, invece, con le armi della cultura e della fede. Per Teresio era una scarpa troppo stretta: l’intransigenza nei confronti del regime mal si concilia con il suo animo fervente, ritenendo fiacco e statico quel tipo di impegno. Crede sia opportuno, piuttosto, impegnarsi per cambiare la società - e il fascismo - dall’interno, per rendere più cristiana la realtà in cui vive e opera. Questi suoi pensieri non gli impediscono comunque di partecipare attivamente presso il Circolo, che continua a frequentare insieme ad alcuni compagni di studi, dove anzi riveste un ruolo di leader morale e intellettuale.

Nel corso degli anni maturerà la sua adesione al fascismo, tanto da portarlo a non iscriversi alla Fuci durante l’ultimo anno di università, che conclude egregiamente con la valutazione di 110/110 e lode con una tesi in Diritto amministrativo. Sul frontespizio della sua tesi, a significare l’intrinseco legame con cui intendeva fede e studio, si legge: Ad pedes tuae Crucis, hoc munus quodcumque sit offero: Tuo sanguine consecrandum.

Teresio Olivelli non sarà mai tuttavia un fascista fanatico o violento: la sua piena adesione al Vangelo non lo avrebbe in alcun modo consentito. Per questo di lui si dice che è prima cattolico, poi fascista. Come racconta infatti Alberto Caracciolo (in Teresio Olivelli, Brescia, 1975), per Teresio «c’è possibilità di incontro tra l’essere cattolico e l’essere fascista sul terreno della tensione ideale e morale verso la realizzazione di un fine a favore della giustizia sociale e dell’affermazione della patria-nazione con i suoi valori spirituali»; si tratta quindi di un’adesione “condizionata” da queste considerazioni essenziali.

Sarà poi il progressivo avvicinamento con il nazismo (di cui Teresio aveva una più che negativa considerazione, nella misura in cui i suoi propositi - su tutti, la creazione di una razza superiore - si palesano pienamente anticristiani) a fargli maturare un distacco dall’appartenenza fascista. Distacco maturato al ritorno della Campagna di Russia, in cui ebbe modo di comprendere l’inutilità del dolore che quella ideologia, con la guerra, aveva generato; e fu proprio in quel dolore e nei compagni che vedeva soffrire e morire che manifestò la sua innata propensione alla difesa dei più deboli. Difesa che significava soprattutto vicinanza nella sofferenza non solo fisica ma anche spirituale: incoraggiava e rincuorava i compagni, portando loro parole di pace e di salvezza mentre la guerra esplodeva tutt’intorno; in altre parole, portando loro Cristo con la sua personale e concreta testimonianza.

Arrestato a causa della sua militanza antifascista, viene deportato prima a Flossenbürg e infine a Hersbruck. Era il suo atteggiamento mite e rassicurante verso gli altri prigionieri ad attirargli l’odio dei funzionari nazisti: non era contemplato sorridere e far sorridere, aiutare chi non ce la fa, curare chi soffre. Pregare. Per questo fu sistematicamente malmenato, fino al tragico evento.

Come scrive Paolo Rizzi nella biografia L’amore che tutto vince. Vita ed eroismo cristiano di Teresio Olivelli (Libreria Editrice Vaticana, 2004), «il 17 gennaio 1945 il ventinovenne Teresio Olivelli muore con Cristo perché gli altri possano vivere (cfr II Cor 4,10-12). Bastonato a sangue l’ennesima volta per aver soccorso un maltrattato, facendo scudo con il proprio corpo, finisce martire di carità in conseguenza di questa ultima letale percossa. Realizza così quanto espresso nove anni addietro nel corso della Via Crucis celebrata nel contesto del convegno di Azione Cattolica: Signore, il tuo categorico amore, che ti spinse a sacrificarti per me, fa nascere in me un amore nuovo, puro, sereno, inestinguibile che mi fa considerare il martirio per te, l’immolazione per i fratelli. Fammi consapevole e grato del tuo sacrificio per me, inconcusso nel crederlo, ardente e generoso nell’imitarlo. La sequela e l’imitazione di Cristo crocifisso sono compiute».

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