Paolo Borsellino: un impegno presente

A cura della Presidenza Nazionale FUCI

 

Non una sconfitta, ma il sogno di una comunità libera dalle mafie: è questo il dono più grande che possiamo trovare nel fare memoria di questo giorno.

Solo così vivremo in pienezza l’esempio lasciatoci da Paolo Borsellino, evitando d’incorrere in una sterile commemorazione incapace di incidere sulla vita dello Stato e nostra.

Dobbiamo sentire la necessità di vivere il ricordo lasciandoci toccare ed interrogare.

Ventisei anni fa ha avuto luogo l’attentato mafioso che ha causato la morte del giudice Borsellino e la sua scorta, Agostino, Emanuela, Vincenzo, Claudio, Walter; da allora ogni 19 Luglio la Repubblica ricorda l’esplosione avvenuta alle 16.58 in via D’Amelio con cui si è consumata la ritorsione di Cosa Nostra.

La morte di uomini come Paolo, non può essere considerata una sconfitta, ma deve essere segno e memoria dell’impegno di tante persone che si sono messe in gioco nel contrasto ad una delle forme più pericolose per il vivere libero e democratico. Questo ci lascia un’enorme eredità che non è solo morale.

Abbiamo oggi, infatti, piena consapevolezza sia della pervasività del fenomeno mafioso sia dell’importanza di rivolgerci ad una cultura della legalità come anticorpo che demolisce le fondamenta della subcultura mafiosa fatta di “…indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Parlare di mafia, significa parlare di corruzione, contiguità politica e favore economico. Significa parlare di un sistema sociale a volte anestetizzato dalle troppe difficoltà che permettono al crimine organizzato di infiltrarsi nel tessuto sociale.

Nessuno può oggi dirsi inconsapevole del problema e neppure si può pensare che si possa progredire solo sull’onda di gesti eroici. La lotta alla mafia è possibile farla ogni giorno nel nostro piccolo, non rimanendo impassibili di fronte alla sofferenza dell’altro, non lasciandoci sopraffare dalla cultura dell’odio e dell’ignoranza.

È lo stesso Giovanni Falcone che ci confida che un futuro migliore per la società sia perseguibile nel momento in cui ognuno coopera al bene facendo semplicemente il proprio dovere.

Non dobbiamo credere che questi uomini non abbiano avuto paura, ma hanno saputo portare avanti il proprio lavoro e ciò in cui credevano nonostante la paura. Quale forma più alta di servizio?

Se ogni cittadino si dimostrasse, oggi, capace di ascoltare le intuizioni di questi uomini si potrebbe riscoprire l’importanza di una cultura della legalità, di un quotidiano in cui il rispetto delle leggi e dello Stato viene valorizzato come fondamento dell’equità sociale.

A noi giovani si rivolge il monito del magistrato che oggi ricordiamo quando diceva che “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”. Con queste precise parole il servitore dello Stato investe le proprie speranze in noi, giovani, affinché sappiamo nutrire il nostro quotidiano impegno di aspirazioni aperte all’altro, nel rifiuto delle comode mediocrità. Ciò significa rifiutare i compromessi, le ingiustizie, combattere per i propri ideali e non abbandonare mai la speranza.

 Quali strumenti abbiamo noi giovani per inserirci nel solco di una storia di legalità, o meglio di umanità, così nobile?

È ancora il giudice Borsellino ad indicare la via in una cultura di libertà che egli contrappone ad indifferenza e compromesso morale. Una cultura che possiamo costruire imparando a guardare le fantasie dell’avvenire e l’impegno quotidiano con gli occhi dell’umano. È una grande sfida che possiamo vincere e, se possiamo, allora dobbiamo giocarcela con risolutezza, perché la posta in palio è troppo luminosa per restare nell’anonimato del nostro agio.

 

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