#FUOCOAMMARE…Verso il "Mediterraneo"

#FUOCOAMMARE…Verso il “Mediterraneo”

 

a cura di Laura Colautti e Giulio Bartoli

Vi presentiamo la recensione del documentario FUOCOAMMARE del 2016 diretto da Gianfranco Rosi, premiato nello stesso anno con l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino, per approfondire la tematica del mediterraneo che andremo ad affrontare nel LXVI Congresso Nazionale F.U.C.I.

Alla ricerca di una chiave di lettura di questo documentario, lo spunto viene dai titoli di coda dove compaiono “nel ruolo di sé stessi” i nomi degli attori: Rosi filma i lampedusani – un’umanità variegata, eroi, bambini e gente comune, ciascuno con le proprie manie, chi più chi meno consapevole della storia che passa attraverso la loro isola – con occhio terzo, da estraneo, non giudicante. E ci fa riconoscere in loro: siamo noi, nel ruolo di noi stessi, a giocare a sparare sui cactus con la fionda e poi cercare di ripararli (un parallelismo con il nostro tentativo di risolvere manu militari le situazioni di conflitto, primavere arabe in primis?- voluto o non voluto non si può fare a meno di pensarci); siamo noi che dobbiamo rieducare i nostri occhi pigri a vedere le disgrazie del mondo; siamo noi che ci portiamo dietro tutte quelle ansie da prestazione che confliggono con la nausea del navigare in mare aperto, con la nostra incapacità di governare una barca anche solo in porto con un poco di vento; siamo noi che soffriamo tutte quelle malattie psicosomatiche che manifestano la nostra debolezza; siamo noi a cercare nell’oscurità e ad imitare il verso degli uccelli notturni, per sfidare la paura del buio. Sembra un mondo adolescente, sostanzialmente immaturo quello che descrive Rosi, in cui a maggior ragione risaltano le figure eroiche, epiche quasi, di Pietro Bartòlo con la sua cruda cronaca del proprio lavoro (“È dovere di ogni uomo che sia un uomo aiutare queste persone […] Come si fa ad abituarsi a vedere bambini morti? […] Tutto questo ti lascia un vuoto nello stomaco, tanta rabbia, ti fa pensare. Per me sono degli incubi che rivivo, spesso, spesso ..!”) e le figure dei migranti-aedi con quello che sembra un moderno canto del mare, non un canto di vittoria però, ma un ricordo degli innocenti affogati, su cui il mare si è richiuso (“Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c'erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto, nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c'era l'ISIS e non potevamo rimanere. Abbiamo pianto in ginocchio: cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva, siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri. Solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti.”) Come i calamari pescati dal giovane Samuele cadono nella barca da pesca, così i corpi esanimi dei migranti si accasciano sul fondo del motoscafo che li salva.

Due persone anziane, verso la fine del film, bevono il caffè sulle note di una canzone dalla musica tanto bella da aver perso nella memoria collettiva tutte le parole, eccetto quelle che danno il nome al documentario, Chi focu a mmari ca c’è stasira. Sembra una storia d’amore che nel ripetersi ogni giorno uguale, come ogni giorno con lo stesso metodo e la stesa cura la donna rassetta il letto o prepara il caffè con lo zucchero per il marito, ha superato i limiti del tempo, vince ogni male e collega la vicenda attuale con un altro capitolo di storia. Quando nella Seconda Guerra Mondiale, in quel lontano ’43, la nave italiana “Maddalena” fu bombardata e prese fuoco nel porto. Due tragedie legate da questa coppia, e che forse possono trovare la loro unica possibilità di redenzione nell’amore fedele che questa coppia sembra rappresentare.

 

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