Alla scoperta di sé stessi percorrendo i sentieri camaldolesi

Ogni studente universitario sa quanto sia faticoso e dispendioso portare a termine un anno accademico. Ogni anno, da settembre a luglio, deve districarsi nell’intricata battaglia delle lezioni, dello studio, degli esami, dei professori non sempre dotati di quell’umanità di cui avremmo tanto bisogno, di quei compagni che pensano che la vita universitaria sia dettata più dalla competizione che dalla condivisione, dalle aspettative familiari, dalle nostre stesse aspettative che rischiano di venire deluse. Per portare a termine il percorso universitario abbiamo bisogno di un grande stimolo, abbiamo bisogno di riconsegnarci le motivazioni del percorso che abbiamo intrapreso e soprattutto abbiamo bisogno di ricordare da cosa è composta la nostra essenza, la nostra identità più profonda, che rischia di venire assorbita dalla frenetica quotidianità che non ammette soste.

È in questa situazione che si scopre come l’esperienza fucina sia davvero un dono che ci dà la possibilità di avere quella spinta di cui abbiamo così tanta necessità. La settimana teologica camaldolese, proprio alla fine di quel faticoso anno universitario, va a inserirsi come una sospensione della nostra esistenza che ci dà la possibilità di attingere nuova energia a una fonte infinita di grazia.

Si comincia questo viaggio stremati e bisognosi di riposo e mentre ci si avvicina sempre più a questo meraviglioso monastero si cominciano a perdere i contatti con il mondo da cui veniamo.

Inizia tutto con la perdita della copertura telefonica: comincia a invaderci la preoccupazione che non saremo in grado, per tutta la settimana, di comunicare con le persone con cui normalmente siamo abituati ad avere una reperibilità immediata di pressoché ventiquattr’ore. Però questa specie di ansia si trasforma già dal secondo giorno in una proiezione interiore di silenzio, e scopriamo che non solo possiamo fare a meno di contattare altre persone continuamente, ma che ne abbiamo anche bisogno.

Alla percezione di questo distacco dalla nostra “smartphone-mania” fa seguito la percezione che il tempo abbia un ritmo diverso in questi giorni di ritiro. Le giornate, scandite dalla preghiera delle ore, ci consentono di tornare a far riemergere in noi quella spiritualità che spesso, nella vita di ogni giorno, mettiamo a tacere. Se normalmente facciamo fatica a trovare lo spazio per un quarto d’ora di preghiera, così presi dai tremila impegni che ci distraggono dal nostro rapporto con Dio, in questa settimana il tempo che si spende nelle preghiere quotidiane sembra tempo che feconda, che invece di scorrere lascia un’impronta, è un tempo che non va più contato guardando le lancette dell’orologio ma che ci fa ricordare quanto il dialogo con Dio abbia un forte bisogno di prescindere dalla dimensione del tempo.

La cordialità e la disponibilità dei monaci ci lascia spiazzati; siamo così abituati a vivere sgomitando e pestando i piedi ad altri, a volte più per necessità che per cattiveria, che trovare tanta accoglienza ci fa lo stesso effetto di un abbraccio potente e caloroso, scioglie il ghiaccio che abbiamo dentro e ci ricorda che un altro modo di relazionarsi con gli altri non solo esiste ma si può applicare. È una memoria di cui abbiamo bisogno, per poter vivere l’anno successivo con maggior serenità e per ricordarci che, anche se a volte abbiamo l’impressione che vivere veramente da cristiani sia un’utopia, è invece possibile anche se certamente non è semplice.

A questo clima di serafica calma e bellezza si unisce la gioia di ritrovarsi in amicizia con altri fucini provenienti da tutta Italia. È questo l’anello mancante che rende unica l’esperienza della settimana teologica camaldolese. Attraverso momenti di formazione e riflessione, momenti ludici e goliardici, si scopre la bellezza dello stare insieme riscoprendo nell’altro l’unicità della vita di ognuno. Si condividono esperienze di vita vissuta, occasione di mettersi in gioco per chi le dona e inestimabile ricchezza per chi le riceve in dono. È l’instaurarsi di relazioni con spirito di condivisione e profonda comunione che unisce tutti i fucini, senza mai dimenticare il vero collante che ci tiene uniti e che è quella “C” di Fuci così vitale nella nostra vita. Così, dopo soli sei giorni, è nato un gruppo eterogeneo ma unico. Qualcosa in noi ci fa sentire nostalgia di quei pochi giorni vissuti lontano da casa, abbracciati dalle mura del monastero, qualcosa che non pensavamo avrebbe potuto regalarci emozioni così forti ed autentiche, qualcosa che è destinato a restare inciso nella memoria dei nostri cuori. Restano i volti, le risate, l’accoglienza gioiosa dei monaci, la preghiera che ci ha mostrato che nella nostra vita c’è spazio per l’altro, per il diverso. Impariamo bene che la vera amicizia ti riempie sicuramente di gioia ma anche di rabbia, ci rendiamo conto di avere davanti una persona fragile tanto quanto lo siamo noi, ma scopriamo che, nonostante tutto, una vera amicizia è capace di restare davanti alla sofferenza e ai fallimenti dell’altro così come è in grado di gioire delle sue vittorie.

Alla fine della settimana si torna ognuno a casa propria, portandosi dietro un tesoro prezioso da custodire e da cui tornare ad attingere nei momenti di difficoltà, lasciando indietro tutta la pesantezza accumulata nell’anno, infinitamente grati per un dono così grande e inestimabile.

A cura di

Annalucia Moretti, gruppo FUCI Chieti

Silvia Bianco, gruppo FUCI L'Aquila

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