La rottamazione come chiave di relazione politica

a cura di Davide Sabatini, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

“La rottamazione non è anagrafica, non vuol dire ‘via i vecchi’. I vecchi sono saggezza ed esperienza. La rottamazione non significa fare a meno del passato. Significa mandare a casa questi politici che da vent'anni sono sempre lì.” “La parola rottamazione non la metterò mai in soffitta. È la mia parola.”

È ormai lontano il tempo in cui espressioni del genere erano percepite come innovative, dotate di energia positiva di cambiamento. Forse per il fallimento della sua attuazione politica, forse per la cronica memoria corta degli italiani, il lessico della rottamazione pare essere stato ridimensionato, quantomeno per la frequenza con cui viene usato. Non è questa la sede per dare un giudizio politico sul se e come la rottamazione sia stata effettivamente realizzata. In questo testo ci si propone, piuttosto, di suscitare delle domande che, individualmente e con dibattiti di gruppo, possano costituire sviluppo del percorso formativo fucino.

Partiamo dall’inizio: da quando il termine “rottamazione” è diventato protagonista della recente stagione politica? Dal 2010, quando Matteo Renzi e Giuseppe Civati hanno lanciato la prima Leopolda (convegno politico che si svolge ogni anno in autunno, a Firenze, presso l'ex stazione Leopolda). La questione fu presentata come una polemica intergenerazionale, ma si rivelò ben presto nelle sue caratteristiche profonde di rottura con un modo d'intendere la politica, intesa come gestione della cosa pubblica; in tal senso si potrebbe senza troppe difficoltà considerare la proposta rottamatrice come parte del medesimo solco che avrebbe poi visto germogliare liste civiche, movimenti, Brexit, Trump e così via. Con ciò non si vuole certo negare...

 

 

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