Formazione alla politica

Formazione alla politica (21)

 

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a cura di Andrea Modica, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Nei paesi scandinavi (ma anche in Francia, Germania, Olanda) avere figli e lavorare è prassi consolidata. Grazie a forti politiche, fatte di sussidi consistenti anche per famiglie che qui il governo ritiene “ricche” e non degne di aiuti, per intenderci famiglie del ceto medio magari con due stipendi e un mutuo, di lunghi congedi di maternità e paternità, spesso obbligatori, della diffusione, anche tra gli uomini, del lavoro part time, che in alcuni paesi è la regola (Olanda), grazie a tutte queste misure e altre ancora, (come scuole che restano aperte fino alle sei e durante le vacanze e attività sportive per tutti a basso costo), fare due, tre, persino quattro figli è qualcosa di possibile. Specie per la donna che, ad esempio in Norvegia, può scegliere se restare il primo anno con il bambino (pagata) oppure accedere ad uno dei gratuiti asili norvegesi. Lavorare e avere figli dunque in questi paesi è cosa normale, banalmente bella, semplice. Comunicare una gravidanza a un datore di lavoro non è fonte di ansia, al contrario; quando si rientra al proprio posto di lavoro, o in generale si re-inizia la propria attività professionale, tutto si svolge come prima, o quasi. Ma il problema non è solo questo. Perché la lotta per recuperare gli spazi perduti, riaffermare le proprie capacità, ricominciare la scalata si scontra con le nuove incombenze familiari, che sono atrocemente stancanti se non si hanno sostegni robusti e comunque faticosissime anche se qualche aiuto, la scuola, una nonna, lo si ha. Una donna con uno o due figli non potrà tornare a casa dopo le sette (a meno di non avere un marito che torna al posto suo: cosa non rara, ma ancora poco frequente nel nostro paese) e se anche così fosse dovrà occuparsi di tutto: dal bagno, al cucinare, mettere a letto, sparecchiare, preparare e accompagnare tutti a scuola e via discorrendo. Come potrà questa donna competere con chi figli non ha? Se il part time significa in Italia finire in un ghetto, se le scuole chiudono alle quattro (se va bene), se i genitori sono troppo anziani come potrà...

 

a cura di Andrea Modica, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

“Un’enorme fetta dell’umanità vive con una disabilità, ma non sappiamo come parlarne”. Il sottotitolo dell’incontro che ha animato la Biblioteca Ariostea in occasione di Internazionale ha centrato il punto. Aprire un articolo con uno snocciolamento veloce di dati e statistiche mi sembrava eccessivamente brutale per un tema come questo, mi limiterò piuttosto a provare a dare una visione generale sulla percezione e rielaborazione societaria di un tema delicato come la pornografia. Come viene percepita? Quali sono le sue ricadute sul tessuto sociale? E perché ancora oggi rimane un tabù così forte da far gridare allo scandalo anche dove non dovrebbe esserci? Il porno ha cambiato fortemente la nostra percezione del sesso e Internet ha modificato e ampliato la nostra concezione del porno, pur tuttavia la pornografia è caduta oramai nelle mani dei social network. E cambia nuovamente.
“La tendenza moderna della pornografia è molto diversa da quella di un tempo, è più sociale e prevede l’interazione tra le persone, il racconto di storie. Si lasciano commenti, like, è più coinvolgente per gli utenti”, spiega Mauro Coletto, dottorando alla IMT School for Advanced Studies di Lucca che studia le dinamiche dei deviant behaviors nelle comunità online. Ma cos’è esattamente un “deviant behavior”? Letteralmente un comportamento deviante, categoria nella quale la sociologia annovera sì il consumo di materiale pornografico, l’adult content, ma anche l’autolesionismo, l’utilizzo di sostanze stupefacenti, l’abuso di alcol, i disordini alimentari e il bracconaggio. Tutti comportamenti considerati “inappropriati” ma che coinvolgono un enorme numero di persone e attraverso i social arrivano a un pubblico ancora più ampio. “Si tratta di comportamenti che...

 

a cura di Davide Sabatini, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Questo documento si propone di analizzare il problema sociale della pornografia attraverso una riflessione critica sui concetti di emancipazione femminile e mercificazione del corpo della donna. Spesso nei dibattiti pubblici questi termini vengono sbandierati come strumenti retorici di affermazione di una pluralità di rivendicazioni, anche molto eterogenee fra loro, con l’effetto di creare un clima di caccia alle streghe più che un costruttivo metodo con cui affrontare le sfide sociali. In tempi recenti si è assistito ad un ritorno massiccio della questione a fronte degli scandali nel mondo dello spettacolo, ma sono più o meno sempre presenti parole di denuncia dello sfruttamento del corpo femminile, non solo nei casi più drammatici delle molestie, ma anche rispetto a pubblicità sessiste e con contenuti sessuali espliciti. In questa sede ci si soffermerà più sull’aspetto mediatico della percezione della pornografia nell’opinione pubblica, piuttosto che sulla condizione sociale della donna, analizzando in particolare il caso delle attiviste ucraine del movimento Femen. Questa esperienza di protesta mostra, infatti, come l’ostentazione del corpo femminile, tradizionalmente considerata segno di assoggettamento a una cultura maschilista, possa essere strumento di lotta politica femminista, per quanto -paradossalmente- attraverso i meccanismi propri del sistema che si vorrebbe combattere. Il gruppo si dichiara “femminista” e protesta contro il turismo sessuale, la prostituzione, le agenzie matrimoniali internazionali, la discriminazione sessuale e altri problemi sociali che coinvolgono le donne nel paese. Le sue manifestazioni seguono uno schema sempre uguale: gruppi ristretti di ragazze (per lo più studentesse tra i 18 e i 25 anni) si spogliano in luoghi pubblici gridando slogan ed esponendo cartelli. L’idea è che l’esposizione del nudo femminile...

 

a cura di Davide Sabatini, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Immaginate di essere campioni di un sondaggio nel quale vi venga rivolta una domanda del genere: “Quali credi che saranno i maggiori ostacoli nella tua vita lavorativa?”. Sarebbe interessante analizzare i risultati, anche fra gli stessi fucini (alcuni dei quali alle porte del mondo del lavoro), ma non sembra troppo irrealistico che qualcuno, almeno fra i più apprensivi, possa rispondere qualcosa come: “conciliare il lavoro con la famiglia”. Ora, fra quelli che avessero dato una risposta simile (o che la condividessero ex post) credete vi siano più donne o uomini? Essendo il sondaggio inventato, non è possibile, per quanto interessante, avere dati statistici affidabili nel merito. Lo scrivente, ad esempio, sarebbe fra quanti riterrebbero che quella risposta sia più frequente fra le donne che fra gli uomini. Questo piccolo esperimento mentale, proponibile anche all’interno dei nostri gruppi, potrebbe essere utile a riflettere in due diverse direzioni: da un lato sarebbe indicativo di una percezione soggettiva di svantaggio, per cui sarebbe costruttivo confrontarsi sul merito dei fattori che producono queste condizioni sfavorevoli; dall’altro lato sarebbe comunque interessante osservare per quanti valga l’associazione di pensiero donna- lavoro-famiglia-problema. Chiaramente se nessuno fra gli intervistati si trovasse in una simile situazione, ci sarebbe solo da gioire e, semmai, prendersela con il pessimismo di chi scrive. Ma lasciando agli interessati la valutazione di psicologia sociale, la riflessione che questo testo vuole suscitare riguarda il punto di merito, e cioè: quali sono le cause, e le possibili soluzioni, della svantaggiata condizione sociale della donna? In particolare ci si soffermerà su tre punti principali: maternità, occupazione femminile...

 

a cura di Davide Sabatini, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

“La rottamazione non è anagrafica, non vuol dire ‘via i vecchi’. I vecchi sono saggezza ed esperienza. La rottamazione non significa fare a meno del passato. Significa mandare a casa questi politici che da vent'anni sono sempre lì.” “La parola rottamazione non la metterò mai in soffitta. È la mia parola.”

È ormai lontano il tempo in cui espressioni del genere erano percepite come innovative, dotate di energia positiva di cambiamento. Forse per il fallimento della sua attuazione politica, forse per la cronica memoria corta degli italiani, il lessico della rottamazione pare essere stato ridimensionato, quantomeno per la frequenza con cui viene usato. Non è questa la sede per dare un giudizio politico sul se e come la rottamazione sia stata effettivamente realizzata. In questo testo ci si propone, piuttosto, di suscitare delle domande che, individualmente e con dibattiti di gruppo, possano costituire sviluppo del percorso formativo fucino.

Partiamo dall’inizio: da quando il termine “rottamazione” è diventato protagonista della recente stagione politica? Dal 2010, quando Matteo Renzi e Giuseppe Civati hanno lanciato la prima Leopolda (convegno politico che si svolge ogni anno in autunno, a Firenze, presso l'ex stazione Leopolda). La questione fu presentata come una polemica intergenerazionale, ma si rivelò ben presto nelle sue caratteristiche profonde di rottura con un modo d'intendere la politica, intesa come gestione della cosa pubblica; in tal senso si potrebbe senza troppe difficoltà considerare la proposta rottamatrice come parte del medesimo solco che avrebbe poi visto germogliare liste civiche, movimenti, Brexit, Trump e così via. Con ciò non si vuole certo negare...

 

 

a cura di Andrea Modica, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Condensare in un unico articolo il difficile rapporto tra i giovani, la politica e le sue istituzioni, sarebbe cosa eccessivamente lunga; un’attenta disamina dei rapporti sarà proposta durante tutto l’anno federativo con svariati focus inerenti l’argomento.
Il legame che intercorre tra giovani e politica è considerabile vitale per il futuro di un paese democratico, purtuttavia oggi giorno sembra che questo legame si stia affievolendo sempre di più. Gli adolescenti e i “giovani-più-giovani”, quelli di età compresa fra 15 e 24 anni, ma anche i “giovani-adulti”, fra 25 e 34 anni, esprimono un livello di fiducia davvero basso, anzi, minimo nei confronti dei principali attori e della più importante istituzione della democrazia rappresentativa. La sfiducia inoltre si estende anche allo Stato. Un disincanto acuto, che si è accentuato negli ultimi anni1. In generale quindi si avverte un aumentato disinteresse per le questioni politiche e per la partecipazione attiva; le cause, e le dinamiche, che hanno portato a questi risultati sono da ricercare nel proprio passato, ben analizzando ed interpretando quelle dinamiche societarie...

 

a cura di Davide Sabatini, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Questo documento intende focalizzarsi sulla proposta, contenuta nella mozione “Università come centro della vita fucina”, a non limitarsi “a vedere come fine ultimo dell’università il conseguimento di un esame, ma crescere assieme intrecciando i differenti ambiti, per formare cristiani attenti e cittadini consapevoli”. In questo inciso, infatti, è concentrata l’essenza della proposta intellettuale fucina, cui tradizionalmente ci si riferisce parlando di metodo e spirito fucino. Come tutti i concetti identitari, però, questi possono correre il rischio di assumere la veste di contenitori vuoti, cioè senza significato concreto, oppure - il che è lo stesso - che possano significare tutto, così potendo essere usurpati e usati all’occorrenza come artifici retorici. Parlarne adesso, dunque, sullo spunto dei personalissimi interrogativi stimolati da questa mozione, può consentire a ciascuno di contestualizzarli nella quotidianità della vita universitaria e verificarne...

 

a cura di Davide Sabatini, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Questo documento si propone di offrire spunti per una riflessione critica sul tema dei giovani e la politica, partendo dalla premessa fondamentale di capire chi, quanti e dove siano i giovani oggi. Nel corso della trattazione si è scelto di indicare in corsivo le citazioni, richiamandone la fonte una volta sola, nella bibliografia alla fine del documento, per rendere la lettura più scorrevole.

Digitando le parole “giovani Italia” su Google, fra i 48.200.000 risultati trovati, i primi 5 sono (a parte le sorprendenti offerte giovani di Alitalia) relativi alla crisi, demografica...

 

a cura di Andrea Modica, R.A.F. membro della Commissione Formazione alla Politica

Lo scorso 15 maggio ricorreva il trentesimo anniversario della nascita dell’European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, o più comunemente noto come Erasmus, un programma decisivo per l’educazione dei giovani studenti, futura classe dirigente nonché cuore pulsante dell’Europa del futuro. A trent’anni dalla delibera, è necessario per gli universitari, ma soprattutto per noi fucini, voltarsi indietro e capire quanti e quali frutti ha dato il cammino percorso fin qui.

L’idea del progetto Erasmus nasce da un’intuizione di Sofia Corradi, dopo una disavventura capitatale nel 1958 presso lo sportello..

 

 

Desideriamo con questo documento sollecitare la Federazione tutta a una rinnovata sinergia che favorisca il lavoro di approfondimento e permetta la collaborazione tra i membri delle Commissioni Nazionali di studio e i fucini tutti.

Ci piacerebbe che si instaurasse un rapporto diretto e proficuo soprattutto con i presidenti di gruppo, principali intermediari dei lavori delle Commissioni con il gruppo; per questo abbiamo deciso di attrezzarci al meglio e condividervi alcuni strumenti di lavoro e informazioni:

  • I nomi e i contatti dei referenti delle Commissioni:

    -  Comm. Università: Lucia Gentile, Sara Lucariello e Gianmarco Mancini

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    -  Comm. Cultura: Marialudovica Le Moli, Veronica Bonagura e Gabriella Serra

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    -  Comm. Teologica: Massimiliano Puppi, Mara Tessadori e Luigi Santoro

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    -  Comm. Formazione alla Politica: Andrea Modica, Davide Sabatini e Anna Del Bene

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